Il pane di Dalì: note su un’ossessione estetico-culinaria

Mai che cada
27 marzo 2018
Tre atti, un solo racconto: Moonlight
9 aprile 2018

Il pane di Dalì: note su un’ossessione estetico-culinaria

 

A sei anni Salvador Dalì voleva diventare cuoco. L’arte venne dopo. Eppure, anche nella pittura, il desiderio degli anni dell’infanzia si impose prepotente: l’ossessione per il cibo, per la bocca, rappresentano una costante della sua produzione, nella quale i piaceri della tavola, trasfigurati e sublimati in composizioni surreali, assumono una spiccata connotazione erotica. “La mia pittura è gastronomica, spermatica, esistenziale” diceva, sintetizzando in tre aggettivi uno stile complesso in cui simboli e sogni diventano allucinazioni foriere di realtà parallele. La triade arte/sesso/cibo trova il massimo compimento nel libro di ricette afrodisiache “Le cene di Gala” (1973) in cui Dalì, giocando col nome della moglie, presenta un ventaglio di raffinate e sontuose pietanze, delizia degli occhi e del palato, entrée di più dolci piaceri.

Ma l’alimento che stuzzicò in modo particolare la fantasia del pittore fu il pane: impasto semplice e genuino di acqua, farina e lievito. “Il pane è sempre stato il tema più feticista e ossessivo del mio lavoro, quello al quale sono sempre rimasto fedele” diceva. L’idea della bontà del pane maturò presto nell’artista catalano che non ancora adolescente lo usava come travestimento da torero: “Tutti i miei gusti corrispondono alle idee che avevo già da bambino. Per esempio il pane che mi metto spesso sulla testa è un cappello con il quale mi presentai a casa quando avevo sei anni. Svuotai un pan de croston, questa forma di pane catalano a tre punte, e lo misi in testa per stupire i miei genitori”.

La sua prima rappresentazione iconica è “Cestino di pane” del 1926, un dipinto a olio conservato al Museo Dalì di Figueres. Se la paternità dell’opera non fosse certa, lo si potrebbe attribuire a un pittore classico, tanto il piccolo quadro si discosta dallo stile Dalì: la pittura raffigura quattro pezzi di pane spalmati di burro e adagiati in un cestino posto su di un panno bianco il cui drappeggio ricorda quello dei grandi maestri barocchi. Nel 1945 il pittore realizza una seconda versione dell’opera, più matura e per certi versi più suggestiva, presentata alla mostra “Recent paintings by Salvador Dalì” che si tenne a New York nello stesso anno: “Dipinsi questo quadro per due mesi consecutivi, quattro ore al giorno. In questo periodo sono accaduti i più sorprendenti e sensazionali episodi della storia contemporanea […] Se mettiamo a confronto attentamente le due opere, è possibile studiare tutta la storia della pittura, dal fascino lineare del primitivismo fino all’iperestetismo stereoscopico. Quest’opera tipicamente realista è quella che ha soddisfatto di più la mia immaginazione. Eccovi un dipinto sul quale non si può dire nulla: l’enigma assoluto!”.

Ma a Dalì il realismo non basta. La sperimentazione artistica lo spinge su territori scivolosi: in “Pane antropomorfo – pane catalano” del 1932, un filone di pane assume chiaramente i tratti di un enorme fallo. È la bellezza commestibile: la comunione dell’arte, la sacralità del sesso. È il dogma cristiano del pane che diventa corpo. Lo stile irriverente del pittore catalano non è mera provocazione: una visione mondana, carnale, della religione promana dalla sua pittura fortemente spirituale, in cui il sentimento mistico convive e alimenta un desiderio spiccatamente sensuale. Una sintesi efficace di questi elementi è rintracciabile nella versione del 1950 di “Madonna di Port Lligat” dove la Madonna, impersonata da Gala, tiene in grembo il Cristo bambino, nel cui ventre vi è un “riquadro” contenente un pezzo di pane. Sul capo della Madonna, invece, pende un uovo: altro elemento essenziale della sua pittura, simbolo della femminilità e della nascita. L’uovo e il pane coesistono anche in una delle più visitate e imponenti opere di Dalì, il Teatro Museo di Figueres, la cui facciata esterna è interamente tappezzata da forme di pane triangolari e sul cui tetto troneggiano enormi uova.

Dalì è un esteta e in quanto tale la sua più grande opera è la sua stessa vita. Disegnare il pane non è quindi sufficiente: esso deve diventare l’interprete di una performance. È il 12 maggio del 1958 quando, in occasione della Fiera di Parigi, Dalí sfila, accompagnato da Georges Mathieu e da una schiera di panettieri con baffi finti, per le vie della città, in testa a una processione che santifica una baguette lunga ben dodici metri, portata in spalla come fosse un Dio. Il desiderio di vivere in un’opera d’arte raggiunse il suo apice nel 1971, quando Dalì chiese a Lionel Poilâne, proprietario di una nota boulangerie parigina, di costruire in pane l’arredamento di un’intera camera da letto da regalare alla moglie Gala. L’oggetto più impegnativo da realizzare fu l’armadio, alto un metro e settanta e pesante circa settanta chili (di cui trentacinque di farina): gli unici dettagli in metallo furono le cerniere delle ante; nei cassetti vennero conservate posate fatte di pane, per ogni evenienza. Degli arredi è rimasto soltanto il lampadario, custodito proprio presso la boulangerie e regolarmente rinnovato nelle parti edibili. Una stanza commestibile, dunque, come quella di marzapane della fiaba “Hänsel e Gretel” dei fratelli Grimm, dove alla deprivazione e alla povertà in cui versano i bambini si oppone l’opulenza di un’abitazione da divorare. È proprio il gusto barocco per l’eccesso a orientare l’estetica di Dalì, il quale chiarisce come l’ossessione per il pane non fosse legata alla ricerca della semplicità: “Il mio pane era spietatamente antiumanitario, con questo pane il lusso della fantasia si vendicava della concezione utilitaristica del mondo della ragion pratica. Era il pane aristocratico, estetico, paranoide”.

Al di là del surrealismo di Dalì, la presenza del pane nella storia dell’arte è una costante: cibo primario e universale, ha assunto un’elevata carica simbolica diventando oggetto privilegiato di rappresentazione. Oltre alla pittura sacra di cui esistono celebri dipinti, il pane è protagonista di una vasta iconografia, basti pensare alla “Natura morta con pane, salame e noci” del Pitocchetto (1750 ca.) o alla “Natura morta con pane e fichi” (1760) di Luis Meléndez. Anche l’arte contemporanea offre numerosi esempi: Piero Manzoni allinea una serie di michette lombarde nell’opera Achrome del 1962, Wolf Vostell posiziona a mo’ di muro di cinta centinaia di baguette avvolte in carta da giornale attorno a una Cadillac (2015), Erik Dietman realizza la scritta PAIN (1967) con bastoni di pane e Man Ray dipinge interamente di blu un filone di pane (1960).

Tanti e diversi, dunque, i modi per interpretare il medesimo oggetto, il cui significato, forse anche in funzione della sua dimensione escatologica, coincide quasi con la vita. Nella tradizione popolare, infatti, si insegna a non buttarlo mai, a riutilizzarlo per pietanze a base di pane riciclato, oppure a baciarlo una volta caduto a terra e a non metterlo mai capovolto sulla tavola. Il pane è quindi emblema della vita, dell’attitudine creativa e generativa dell’uomo, ma anche della sua capacità di entrare in comunione con l’universo, in una tensione costante con il divino, attraverso una spiritualità pragmatica che proprio nell’arte trova espressione.

 

Maria Romano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *