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Ritratto in pillole

Cognome MORELLI

Nome CHIARA

nato il 26/06/1986

a NAPOLI

Cittadinanza ITALIANA

Residenza NAPOLI

Via

Stato civile NUBILE

Professione FARMACISTA, SCRITTRICE

 

CONNOTATI E CONTRASSEGNI SALIENTI

 

Statura 1,68

Capelli BIONDI

Occhi VERDI

Segni particolari GRANDE PARLANTINA, ALLEGRIA CONTAGIOSA E UN’INESAURIBILE VOGLIA DI FARE

 

Chiara Morelli è una giovane scrittrice napoletana, autrice di un monologo dal titolo Riflessioni sul futuro pubblicato da Giulio Perrone editore e di due romanzi editi dalla casa editrice indipendente Homo Scrivens: Il caso Wheels e 430 a.C. (le cui ultime pagine si intitolano “La stanza dello scrittore”, un insieme di informazioni sulla scrittrice stessa, sulle sue passioni e inclinazioni).

Tra un dolcetto e una chiacchiera (non il tipico dolce carnevalesco), Chiara si è confidata con noi di Take Off Magazine in un’intervista a tu per tu.

 

Ne “La stanza dello scrittore” si leggono le tue definizioni di scrittura, arte e racconto, le vicissitudini che ti hanno portato alla stesura di 430 a.C. e un tuo breve autoritratto; ora, a distanza di due anni, chi è Chiara? Cosa fa?

 

A distanza di due anni Chiara è sicuramente una persona diversa, una che rispetto a prima ha una collocazione più definita. Quando ho scritto il mio primo romanzo ero ancora all’università, in fase tesi; il secondo libro l’ho scritto alla fine di questo periodo e l’ho pubblicato quando ero già laureata. Adesso ho un lavoro, la mia vita ha preso una direzione, ho concluso quel percorso e ne ho iniziato uno nuovo. Questo è stato il cambiamento più grande, una sorta di raggiungimento di un traguardo prefissato e l’inizio di un nuovo percorso che chissà dove mi porterà. Spero anche di cambiarlo, in tutta sincerità, essendo io una persona che non sta bene nell’eccessiva staticità e che dopo un po’ vuole cambiare, sperimentare… aspetto nuovi sviluppi, insomma.

 

C’è una strada che vorresti percorrere in particolar modo? Magari proprio quella della scrittura, anche se oggi come oggi è una cosa purtroppo difficile?

 

Sì, non nego che mi piacerebbe che questa diventasse la mia professione però mi rendo conto che per adesso può essere solo una passione da coltivare e nutrire bene. È un sogno, credo, di chiunque pratichi una forma d’arte. Anche se ho paura che si potrebbero creare dei risentimenti, che finirebbe col diventare solo un lavoro, che la passione possa scemare… Questo non posso saperlo, spero che mi capiti in modo che potrò raccontarlo. Per ora faccio un lavoro completamente diverso di cui non parlo mai nei miei libri e voglio che sia così. Il mio lavoro è quello che devo fare, la scrittura è quello che mi piace fare.

 

Ci parli un po’ dei tuoi due romanzi in modo da avvicinare, magari, nuovi lettori alla tua scrittura?

 

Ho sempre inteso la scrittura come un viaggio. Credo che chi legga sia una persona che cerca di viaggiare in più modi: con la mente, con l’esperienza, visitando posti che non ha mai visto, epoche che non ha mai conosciuto, e la mia scrittura si traduce proprio in questo. Io credo che dai miei due romanzi ciò sia molto evidente, anche perché non sono ambientati nel nostro presente ma nel passato.

Il primo, Il caso Wheels, è un giallo ambientato nell’Inghilterra di fine ‘800 e ho voluto scegliere l’elemento del giallo per una sfida personale visto che non è semplice da sviluppare: bisogna costruire un determinato filo logico e avere la capacità di tenere il lettore sempre attento, curioso, farlo arrivare fino alla fine senza annoiarlo, facendogli porre dubbi; quindi è stata veramente una sfida.

Con il secondo siamo andati ancor più a ritroso. Con 430 a.C. ho scelto un’altra epoca molto lontana, quella del conflitto tra Sparta e Atene, e un anno in particolare, ovvero quello della peste.

In entrambi i casi ho selezionato eventi ben precisi come sfondo a tutt’altre vicende, come escamotage per attirare l’attenzione del lettore. Più che l’avvenimento in sé, che ovviamente il lettore ha la curiosità di vedere come va a finire, è il resto che attira: le vicende umane, il capire le personalità dei personaggi, i loro conflitti interiori.

Inoltre, ho preferito non descrivere troppo i personaggi dal punto di vista fisico (nel primo le descrizioni sono quasi assenti, nel secondo un po’ meno), se non con delineazioni molto marginali, perché volevo fare in modo che fosse il lettore a determinare cosa vede e non io a dargli una visione imposta. Penso che chi legge voglia sperimentare, essere portato in una dimensione diversa per quelle tot pagine, vivere un’avventura tramite il mio racconto ma senza smettere di immedesimarsi.

Perché dovrebbero essere attirati dai miei libri? Sono, secondo me, due epoche che offrono diversi spunti, tra le tante cose.

Il giallo è un genere che piace o non piace, nel mio caso è solo un elemento di contorno, non sul modello di Agatha Christie. È più una saga familiare dove l’aspetto personale della famiglia e dei loro segreti va a catturare molto, quindi un giallo spurio. La concentrazione non è su chi è il colpevole ma sul perché, come ci è arrivato, e poi scoprire tutto il contorno. A volte si crede che ci sia un singolo personaggio negativo, invece nel mio caso è tutto il contesto ad esserlo, l’azione è quindi il prodotto di quella società.

L’epoca del secondo invece ha già un fascino indiscutibile. Il linguaggio, il modo di vestire, la capacità di personaggi, senza nessun agio, di essere intraprendenti.

In entrambi, i personaggi sono anticonformisti: nel primo, Mariana mostra sofferenza nell’essere relegata al ruolo di figlia, moglie, madre; nel secondo, Axia si trova ad avere un ruolo che la porta ad essere al disopra delle altre donne, può avere contatti col mondo politico essendo a capo delle sacerdotesse, intraprende una sua personale guerra col potere politico.

Sono personaggi molto attuali per quanto ambientati in epoche così lontane, e simili tra loro, per certi versi.

 

Hai in cantiere un terzo romanzo? Quanto tempo dedichi alla scrittura?

 

Sì, c’è in cantiere un terzo romanzo che credo pubblicherò tra un paio d’anni, e sarà un genere diverso. Ci avviciniamo alla contemporaneità ma non sarà ancora la nostra epoca, non amo molto scrivere di questo periodo; ci proverò sicuramente ma non ora. Scrivere del passato mi diverte e stuzzica di più, anche perché credo che ora ci sia un’inflazione di romanzi ambientati a Napoli, in cui lo scrittore parla più di ciò che gli è vicino, che più conosce e che gli è più semplice, fondamentalmente; ad esempio, per me che sono napoletana è più semplice parlare di Piazza Plebiscito piuttosto che di un periodo storico in cui neppure io c’ero e per cui bisogna studiare, documentarsi, ricercare. Senza nulla togliere a questo genere di romanzi, però, perché come per me è più difficile scrivere della contemporaneità che non stuzzica la mia fantasia, magari per altri è l’inverso: ognuno ha la sua preferenza nello scrivere.

Alla scrittura dedico meno tempo di quello che vorrei, non sono costante. Per scrivere il libro che sto per consegnare all’editore ci ho messo comunque quasi due anni, se non di più.

Preferibilmente, quando non sono stanca, scrivo di sera visto che di giorno mi è difficile, anche perché mi ci metto d’impegno a riempirmi le giornate. Molti consigliano di scrivere tutti i giorni, anche poche righe, io invece credo che sia una cosa dettata dal momento e dall’ispirazione perché credo che nessuno, a meno che non sia una macchina o sia pervaso da un’ispirazione perenne, possa avere nuove idee tutti giorni, se non nei periodi forse più concentrati; ci sono periodi in cui viene più spesso quell’impulso, perchè d’impulso si tratta. Magari, come mi è già capitato, se sono fuori casa e mi viene in mente una frase me l’appunto e successivamente la rielaboro. Comunque, in generale, credo che ci voglia il tempo che ci voglia per scrivere un qualcosa che soddisfi innanzitutto lo scrittore in sé. Chi scrive, lo fa per essere letto ma anche per se stesso, vuole che lo rispecchi… se una tua creatura non ti dà soddisfazione, non arriva molto lontano.

 

Prediligi un genere in particolare da scrivere/leggere? Libro in lettura?

 

Io leggo quasi tutto, dai fumetti ai libri scolastici, spazio, non ho un genere su cui mi fossilizzo come prima scelta. Vado a periodi.

Essenzialmente, divento una divoratrice di libri in estate (l’anno scorso ad esempio ne ho letti otto di generi completamente diversi).

I miei due romanzi rispecchiano però due filoni che mi hanno sempre appassionato. 430 a.C. mi rimanda all’ammirazione che ho per Valerio Massimo Manfredi. Il mio libro è ovviamente molto diverso ma tratta, al contempo, di un periodo di cui ho sempre letto e studiato avendo fatto il liceo classico, e ho voluto provare ad affrontare questa sfida. Non si potevano fare errori, bisognava prestare molta attenzione. È un’epoca di cui si sa e si scrive tanto, perciò ho unito qualche elemento fantastico in modo da non incappare in errori. Ci sono ovviamente elementi reali come il rapporto tra Aspasia e Pericle, ma la stessa Axia non esiste. È un romanzo storico spurio.

Cosa sto leggendo al momento? Ho comprato tre libri: Niente di vero a parte gli occhi di Faletti, L’amica geniale di Ferrante e L’ombra del vento di Zafon. Faletti non l’avevo mai letto, la Ferrante mi incuriosisce molto e Zafon me lo hanno consigliato. Vi farò sapere perchè ancora non li ho iniziati.

 

Una curiosità estemporanea: tendenzialmente compri più usato o nuovo?

 

Nuovo, per una ragione semplice. Mi piace la carta quando è molto bianca, mi da l’idea che profumi di più, non so spiegarlo. È una ragione magari stupida, però è così. Sono poco amante dell’ebook, preferisco il cartaceo perché è la carta che mi attira, il suo odore. Mi piace avere qualche volume vecchio, con la carta ingiallita, quello mi piace ma deve essere qualcuno, non è una scelta che faccio sempre.

 

Qual è il tuo rapporto con la letteratura? C’è uno scrittore e/o un romanzo che ti ispira?

 

Leggo molti libri di letteratura, credo che sia un genere che non morirà mai, che avrà sempre qualcosa da dare. È venuto da persone vissute in epoche diverse che hanno voluto raccontare degli spaccati di vita, chi meglio di loro poteva farlo? Collegandomi alla domanda di prima: al posto di Zafon ero tentata di prendere Madame Bovary, ad ogni acquisto che faccio ci deve sempre essere un classico, è una collezione che mi piace avere.

Confesso di non aver letto alcune cose, ad esempio mi piacerebbe molto avvicinarmi alla letteratura russa al di là di Anna Karenina; vorrei approfondirne anche altri come Dostoevskij, cosa che conto di fare questa estate. Mi piacerebbe ampliare il più possibile i miei confini da questo punto di vista.

Sicuramente mi sono rifatta di più a quelli di Jane Austen, di cui ho letto quasi tutto: il periodo tra Jane Austen e le sorelle Brontë è uno di quelli che apprezzo di più. Non nego che mi piacciono molto anche quelli più contemporanei, tranne il genere che va molto adesso, quello rosa/erotico. Come tutte le novità, penso che questo sia il suo momento ma non credo che durerà ancora a lungo o che sarà ricordato nel lungo periodo. Attirano sì, fanno scalpore ma per motivi altri che esulano dalla letteratura. Ho anche provato a leggerlo ma per come sono fatta io, per quanto detto precedentemente sulla lettura come viaggio, ho visto che non mi portava da nessuna parte.

 

Il tuo monologo Riflessioni sul futuro ti ha spinto a riavvicinarti alla scrittura: cosa è scattato precisamente in te? Cosa ti spinge?

 

Questa domanda mi mette sempre molto in crisi poiché la risposta non è semplice. Mi viene in mente sempre la scena di Novecento di Baricco quando il sassofonista spiega al proprietario del negozio, in cui si è intrufolato per recuperare la sua tromba, il momento in cui Novecento decide di scendere dalla nave e dice:

“Tu hai presente i quadri? Stanno là appesi tutta la vita, nessuno li pensa e poi a un certo punto fran”.

La scrittura per me è così, è fran, a un certo punto accade qualcosa e non c’è una spiegazione. È un impulso, è una molla, è qualcosa che scatta dentro a cui tu non puoi sfuggire, è come se ti divorasse; nell’istante in cui l’ispirazione ti arriva diventa il centro di tutto il tuo mondo, non pensi che a quello, almeno per me è così. È l’unica spiegazione che posso dare. È un impulso che non puoi controllare e non puoi prevedere. Ci sono periodi interi in cui non ti arriva, non ci sono santi, non puoi fare niente per farla arrivare, e poi c’è quel momento in cui arriva e ne sei preda a 360 gradi.

Premetti che io non avevo mai provato a scrivere romanzi. Da bambina scrivevo delle poesie in rima baciata a mio padre, anche abbastanza discutibili artisticamente parlando, e poi non ho più scritto per tanto tempo. Ho iniziato a leggere nel periodo del liceo e ricordo che il romanzo che mi ha fatto appassionare alla scrittura è stato uno di Manfredi, Lo scudo di Talos, che mi fecero leggere al quinto ginnasio e da lì capii che mi piaceva leggere e iniziai a voler comprare libri, a voler leggere. Prima non ero una persona che leggeva tanto, quella è stata la molla. La scrittura, però, ancora non c’era.

Riflessioni sul futuro è stato un tentativo. Ha un tono molto cupo perché era un periodo in cui mi sentivo così, quindi fu uno scritto molto incisivo, di getto, che, se non sbaglio, inviai senza rileggere, col pensiero di “se va va” e finì lì. Anche se, andando avanti, mi sono resa conto che non era quello il mio genere.

In realtà Il caso Wheels è nato per una coincidenza veramente molto divertente. Il primo personaggio a cui ho pensato è stato quello della nonna, Regina Stanford, e mi è venuto in mente facendo zapping. Nel farlo mi sono fermata su una soap opera brasiliana che si chiamava La forza del desiderio, una cosa del genere, vidi il personaggio di questa donna, Idalina credo, ed ebbi l’illuminazione.

Da lì cominciai a pensarci, facevo altre cose però mi distraevo perché pensavo sempre a quella cosa che avevo visto e mi decisi a provare. Non sapevo neanche se sarei arrivata a scriverlo tutto, se mi sarei fermata dopo poco, se sarei mai riuscita a pubblicarlo, però ero decisa. Lo stesso accadde quando lo finii e decisi di tentare, mal che vada non sarebbe stato pubblicato. Da allora è iniziato il percorso vero e proprio con i romanzi e mi sono resa conto di essere estremamente prolissa. Mi piace scrivere, non mi piace concentrare le cose, voglio dilungarle, portarle avanti nel tempo. Poi mi sono accorta che la mia più che essere una scrittura di tipo descrittivo è proprio dialogata, devono essere le cose che dico a farti capire io personaggio come sono e quindi ci sono poche descrizioni, se non quelle indispensabili, perché voglio che i rapporti umani tra le persone, i modi di essere, i legami si comprendano da quello che dico: questo, almeno per ora, è il mio modo di scrivere; magari cambierà, cambierò genere, sperimenterò cose nuove.

Vorrei anche provare, oltre ad ambientare una storia nell’epoca contemporanea, a scrivere una cosa molto ironica e non è detto che non fonda le due cose. Non so se ci riuscirò, se questa vena ironica mi appartiene, ma tenterò.

 

Com’è il tuo rapporto con Homo Scrivens?

 

Io devo tutto ad Aldo. La mia gratitudine verso di lui è enorme, mi ha dato la possibilità che non pensavo di poter avere. Quando l’ho incontrato è stato per caso, perché c’era un’amicizia in comune di mia madre che mi diede il suo numero, quindi entrai nel mondo Homo Scrivens in questo modo. Non sapevo nulla di loro né dei loro laboratori, andai allo sbaraglio. Mi parlarono di lui come una persona molto onesta che se nota delle potenzialità punta su di te, altrimenti in modo chiaro e tondo ti dice che non è possibile. Questa cosa, da un lato, mi spaventava perché magari ciò che per me era bello per lui poteva essere brutto, banale, scontato e la banalità è davvero pesante per chi scrive perché tutto si vuole essere fuorché banale e prevedibile, si diventa noiosi. Andai a una loro presentazione, lo conobbi e gli portai il manoscritto.

Questo manoscritto ha avuto una trafila lunghissima perché all’inizio Aldo era restio, non era del tutto convinto per via dell’enorme lavoro da fare anche perché, non avevo mai frequentato corsi di scrittura ed essendo il mio primo lavoro, non mi rendevo conto quando i fattori negativi diventavano eccessivi. Lo voleva far valutare anche da un altro per non decretarne la fine con un singolo giudizio e fu una scrittrice della casa editrice, Francesca Gerla, che lo lesse, vide delle potenzialità e lui decise di provarci. L’onestà di Aldo e di Homo Scrivens è la cosa che ripaga di tutto, sono persone che lo fanno per passione. Certo, vivono di questo ed è giusto che emergano ma non vivono per lucrare. E in quell’ambiente ho trovato tutte persone alimentate da questo stesso motore, è un ambiente pulito. La loro onestà risiede anche nel non chiedere contributi a chi pubblica perché limita molto lo scrittore. Hanno fatto tutto questo in modo disinteressato, hanno puntato su di me quando non era certo che farlo fosse vantaggioso o saggio, eppure hanno creduto in me e hanno pubblicato anche il mio secondo romanzo. Ad Aldo devo tutto. Lui mi ha dato una cosa che non tutti danno: semplicemente una possibilità, un tentativo di realizzare un sogno.

 

C’è una donna reale o immaginaria che ti ispira nella vita?

 

Tendenzialmente credo che qualunque tentativo di emulare una persona sia malriuscito, non saremo mai come lei, siamo diversi di base. Possiamo ispirarci, farci condizionare ma credo che in fin dei conti sia l’individualità quella che premia. Devo fare tesoro di quanto vedo in una persona, comprenderla e riportare quell’aspetto in ciò che io sono.

Eppure, negli ultimi giorni ho trovato un modello femminile che mi intriga. In realtà l’ho vista in azione diverse volte, però è solo ultimamente che l’ho guardata di più, forse perché siamo sotto periodo elettorale. Si tratta di Lucia Annunziata, la giornalista di 1/2 h in più su Rai 3. Mi piace moltissimo il suo carisma, è un personaggio tosto che non le manda a dire, ha un’opinione molto ferma.

Quindi penso che bisogna guardare a modelli validi e cercare di cogliere il meglio; non necessariamente deve esserne uno solo, possono essere molteplici, purché rafforzino e facciano venire fuori quella che è la tua personalità senza essere una copia mal riuscita di qualcun altro.

 

Dal tuo profilo Facebook spicca una passione per il cibo, ce ne parli? Ne hai altre di cui vuoi parlarci?

 

Adoro fare i dolci, infatti periodicamente pubblico una serie di ricette e miei amici mi prendono in giro:

“Sì sono tutte belle, ma quando le fai?”

I dolci mi riescono anche modestamente, non voglio dire di essere bravissima, ma i risultati sono buoni, anche se migliorabili. Anche questo è un interesse degli ultimi tempi.

La prima cosa che ho cucinato in vita mia, quando avevo dieci anni, è stata una frittata. Ero a casa di mia nonna e mi incaponii nel voler preparare qualcosa e lei mi disse:

“Ti faccio fare una cosa difficile: la frittata”.

Ricordo che venne una vera porcheria, salatissima, ma da allora ho iniziato pian piano ad avvicinarmi al mondo della cucina e crescendo ho deviato sempre più verso il dolce perché credo che il prepararlo abbia su di me, più del salato, un effetto rilassante. Mi piace impastare, mi piace l’odore, soprattutto della pasta frolla, e da lì sono passata a fare crostate, biscotti. Periodicamente mi vengono quei cinque minuti in cui mi decido a farlo.

In più ho iniziato anche a coltivare tutta una serie di passioni che prima, per pigrizia, non avevo mai intrapreso.

Il teatro mi ha sempre affascinata e quindi quattro anni fa sono entrata in questa compagnia amatoriale, Il mosaico, sempre per caso perché nella vita succede veramente tutto per caso. Andai a vedere un loro spettacolo e conobbi una persona, oggi mio amico, che faceva parte della compagnia e mi disse:

“Se tu lo vuoi fare prova, alla prossima commedia che facciamo ti chiamo, tu vieni a dare un’occhiata e vedremo cosa sai fare, se sei portata, se veramente ti piace”.

Ad oggi è diventato una vera e propria passione anche se è molto stancante. Dà delle soddisfazioni alla fine ma è estremamente faticato, anche perché conciliare gli orari delle prove, soprattutto quando diventano più serrate verso la fine, con tutto il resto non è facile. Devi avere proprio una grande dedizione, altrimenti molli. Ti impegna tantissimo, infatti anche la scrittura, quando sono nel periodo della messa in scena, scompare anche per due o tre mesi perché quello diventa la priorità.

Mi piaceva anche la musica: ho fatto tre anni di pianoforte e poi ho lasciato perché con l’università non è stato più possibile e mi è dispiaciuto, però la musica classica continua ad essere un mio grande amore. E grazie ad una mia amica che mi ha portato a vedere l’opera ho scoperto di adorarla. Non avevo mai visto nulla e non nascondo che quando mi capita di andare al San Carlo qualsiasi spettacolo diventa un’emozione fortissima che si attacca addosso. Una volta nella vita va fatto! Inoltre c’è tutto un contorno: inizi a pensare a cosa prova la persona quando viene applaudita, dopo aver cantato, da una platea enorme, i musicisti tutti intorno che creano l’atmosfera… Mi commuove tantissimo vedere a cosa può arrivare l’uomo quando è votato a qualcosa di positivo.

Insomma, mi sto cimentando in tutte le varie forme d’arte dato che mi è sempre piaciuta. Credo che nella vita quante più cose si sappiano fare meglio è: ci permette di essere più partecipi, consapevoli, si moltiplicano gli ambienti in cui entrare. È sempre positivo, insomma, un arricchimento personale.

 

Per concludere: ci racconti un aneddoto divertente e/o significativo sul tuo rapporto con la scrittura?

 

A parte Idalina, ho questo altro aneddoto che non è propriamente divertente. Quando sono in fase di correzione e mi danno i consigli da seguire, io creo storie nelle storie e quando poi mando il materiale corretto mi dicono:

“Sì, ma non ti avevo detto di riscrivere di nuovo!”

Invento, creo spin off esagerati, poverini quelli che mi subiscono dall’altro lato e che ogni volta si ritrovano con altri personaggi.

Sostanzialmente mi succede sempre così: vedo un personaggio in tv, una persona per strada e mi viene l’ispirazione. Con 430 a.C. non è capitato in questo senso, ho deciso di ispirarmi a un evento che mi era capitato ambientandolo in un contesto lontanissimo, impensabile. Il primo personaggio a cui ho pensato è stata Axia. Axia non è un nome, è un aggettivo che vuol dire cosa preziosa, così come Asterion che significa stellato. La cosa divertente è che l’idea del nome Axia mi è venuta da I cavalieri dello zodiaco quando la catena di Andromeda forma questa parola. È una curiosità più che un aneddoto però, come vedi, c’entra sempre la televisione. Mi piaceva dare ai protagonisti una sorta di caratteristica più che un nome, però è successo solo con loro; inoltre, anche le due iniziali A e A sono state una coincidenza, non era voluto.

 

Laura Andrea Parascandolo

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