Caro amico, ti sparo: storia di un amore estetico e tragico

Il bosco
1 febbraio 2018
The reader – A voce alta
4 febbraio 2018

Caro amico, ti sparo: storia di un amore estetico e tragico

 

Il 10 luglio 1873 Paul Verlaine acquista all’armeria Montigny – nella galleria Saint-Hubert a Bruxelles – un revolver Lefaucheux calibro sette millimetri. Lo paga 23 franchi. Poi rientra all’hotel de la Ville de Courtrai dove lo aspetta il suo amante, Arthur Rimbaud. Eccitato e trepidante, Paul non riesce a contenere la sua euforia: «è per te, per me, per tutti!» strilla mentre accarezza la fondina di cuoio. Come d’abitudine, intorno a mezzogiorno i due innamorati vanno a pranzo presso la Maison des Brasseurs. Consumano un banchetto a base di assenzio, soprattutto. Rientrano in albergo verso le due. L’alcol, la poesia, le ossessioni, i mostri. La paura di perdere l’amico che vuole rientrare a Parigi e che subito inizia a preparare i bagagli: Verlaine perde la testa.

Bang! Bang!

Esplode due colpi di pistola contro l’amante. Ma non si tratta di colpi mortali: uno di questi si conficca nella parete, l’altro invece gli provoca una ferita al polso sinistro. Rimbaud resta in ospedale nove giorni. Verlaine è condannato a due anni di reclusione e a un risarcimento di 200 franchi. Il processo cui viene sottoposto è umiliante e pretestuoso: non era certo la lite sanguinosa al centro delle indagini bensì l’onta irreparabile dell’omosessualità. Il resoconto della visita corporale volta a constatare le inclinazioni sessuali dell’imputato è indicativo di una morbosità che ancora doveva spiccare il volo della libertà sessuale. Giuseppe Marcenaro, autore di “Una sconosciuta moralità. Quando Verlaine sparò a Rimbaud” (Bompiani, 2013), riporta alcuni stralci della relazione medica: «L’ano si lascia dilatare assai facilmente, attraverso uno scarto moderato delle natiche, a una profondità di circa un pollice»: Verlaine porta tracce di « pederastia attiva e passiva», il carcere è inevitabile.

Così come accade per gli uomini, il cui valore viene spesso riconosciuto solo dopo la morte, anche gli oggetti a volte acquistano un valore simbolico tardivo: la rivoltella di Paul è stata venduta nel 2016 dalla casa d’aste parigina Christie’s per ben 434.500 euro, un prezzo sette volte superiore alle stime, che variavano dai 50.000 ai 70.000 euro. Non c’è da stupirsi per questa cifra da capogiro: l’idea di un amore folle e immortale – e la poesia moderna e libera – valgono bene quel prezzo. In quegli attimi di concitata pazzia, giocati in una stanza di pochi metri quadrati, non c’erano solo due amanti alla resa dei conti, ma due giganti della scrittura che avevano unito a doppio laccio le loro vite e le loro penne.

Arthur Rimbaud, enfant prodige della letteratura francese, non ha ancora compiuto 17 anni quando arriva a Parigi: ha gli occhi tersi, i capelli arruffati e «il volto perfettamente ovale di un angelo in esilio». Verlaine, dieci anni più grande, sposato con Mathilde, giovanissima e incinta, si innamora all’istante di Arthur. Tra liti e drammi, la passione esplode dirompente: i due vivono in perfetta simbiosi, in uno stato di ebbrezza costante e delirante. Infatti, come riporta Laura Laurenzi in Liberi di amare (Rizzoli, 2006), «in quel periodo le loro calligrafie sono identiche; se sovrapposte addirittura coincidono, sembrano scritte dallo stesso pugno ferito”. Per scandalizzare la borghesia e irridere le convenzioni poetiche, insieme compongono Sonnet du trou du cul (1872). I primi versi recitano così: «oscuro e increspato come un garofano viola/respira, umilmente acquattato tra il muschio». Come facilmente intuibile, la poesia viene presto censurata «per deliberata oscenità».

Come scrive Marcenaro: «Al fondo del litigioso rapporto sussisteva un’infinita verità. Rimbaud e Verlaine veneravano una libertà che esplodeva per una giornata di luce. Detestavano, irridendola, la seriosità dei cretini. E poi esploravano il mistero per mezzo della parola scritta». Un progetto letterario ed esistenziale, dunque, che ha assunto la forma di un delirio estetico in cui l’atto creativo non era disgiunto da quello distruttivo. Non è un caso, forse, che uno dei giochi erotici praticati dalla coppia fosse proprio la lotta armata: durante l’intimità si affrontano muniti di coltello e il loro amplesso si scioglie tra escoriazioni e tagli sanguinanti, come se solo dal sacrificio potessero nascere il godimento e l’opera. «Ci amiamo come tigri» scrive fiero Verlaine, descrivendo un rapporto che aveva elevato la violenza a distillato della creazione.

«Cari poeti, fate attenzione a creare insieme, a scambiarvi il sangue e l’umore. Non si attinge all’ignoto se non scavando nel mistero dell’altro attraverso una ferita mortale» scrive la poetessa napoletana Erika Filardo nella sua prosa “I maledetti” dedicata proprio ai due artisti. Parole crude e vere, che quasi mettono in guardia dall’esito fatale cui la produzione condivisa dell’arte e dell’amore conduce: il poeta si è fatto veggente. «Rimbaud smette di scrivere, Verlaine smette di ragionare» continua l’autrice, svelando la morte – per assassinio bisogna ipotizzare – di quell’amore estetico e sensuale che, quasi travolto da una nevrosi freudiana, non può che uccidere il proprio oggetto d’amore, responsabile di essere doppiamente colpevole: perché fallibile, ma poi immortale nella creazione.

Arte ed eros, dunque, combinazione fatale. Eppure, la storia dell’arte è la storia di artisti che hanno fatto dei propri amanti la sorgente dell’ispirazione. A volte si è trattato di amori platonici, più spesso di relazioni burrascose. Che cosa accade invece quando l’artista si innamora di un artista? Che cosa accade di diverso quando una Musa non si limita a suggerire – la visione, l’idea, la forma, il pensiero – ma si fa essa stessa Demiurgo che vivifica la materia? Il rischio di un cortocircuito diventa pressante. I meccanismi di produzione dell’arte e di formazione dell’identità, sempre e comunque complessi, si fanno ancor più problematici e tensionali: dinamiche che si confondono, si sovrappongono, si moltiplicano e si precipitano. L’esito è irreversibile: l’amore e l’arte devono essere sacrificati. Eppure la scintilla della creazione è una tentazione cui non possono sottrarsi né l’uomo né l’artista.

 

Maria Romano

 

 

In copertina: immagine tratta dal film “Poeti dall’inferno” (1995) per la regia di Agnieszka Holland.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *