L’America di Trump: l’oppio degli intellettuali

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L’America di Trump: l’oppio degli intellettuali

Dopo la sconfitta di Hillary Clinton alla corsa per la Casa Bianca sembrava che fosse tutto chiaro: gli americani avevano scelto il matto, il volgare tycoon senza classe e senza cultura.

Al posto della candidata democratica Hillary Clinton, il popolo degli Stati Uniti, chiamato a scegliere il proprio rappresentante aveva deciso di rischiare, di azzardare votando per un candidato che tutto il mondo giudicava inadeguato, impresentabile e ridicolo, sostanzialmente un pagliaccio con una capigliatura improbabile.

Eppure, alla fine, contro ogni previsione, pronostico e sondaggio elettorale, il biondissimo Donald ce l’ha fatta, ha vinto le presidenziali americane, è diventato ufficialmente l’uomo più potente del mondo, alla guida della più importante democrazia di questo pianeta.

Per l’America dei ricchi, degli intellettuali e delle celebrities è stato uno shock, un colpo durissimo! Com’era possibile che la loro adorata Hillary non ce l’avesse fatta?

Cosa era andato storto?

Tutti presero a interrogarsi sulle ragioni di un risultato elettorale tanto inatteso, cosa aveva spinto gli americani a una tale scommessa restava per molti un mistero. Gli analisti e gli studiosi di mezzo mondo avanzarono diverse ipotesi, secondo alcuni l’ignoranza e le crescenti tensioni sociali avevano agito favorendo un candidato la cui campagna elettorale era stata da subito caratterizzata da toni esasperati. Ma, questa teoria non era altro che la solita frottola, un’attenuante che non serviva a spiegare niente e non forniva alcuno strumento per decifrare il risultato elettorale.

Il fatto è che l’elezione di Trump ha prodotto una potentissima dissonanza cognitiva, svelando una rappresentazione della società americana contrapposta e divergente rispetto a quella degli intellettuali dell’East Coast. La strategia di comunicazione della Clinton, fatta di endorsement prestigiosi e dell’appoggio di tutto lo star system ha agito in modo antitetico, depotenziando e minando la credibilità della candidata democratica, percepita come l’ennesima esponente di un establishment incapace di cogliere le istanze e i bisogni di tutta l’America, in particolare di quella che vive fuori dai confini delle grandi metropoli. Le redazioni di Midtown e i suoi illustri giornalisti, evidentemente troppo impegnati a sostenere Hillary o forse solo beatamente inconsapevoli, hanno pensato che fosse sufficiente sfruttare l’immagine glamour e patinata di attori e cantanti multimilionari per influenzare le scelte di voto degli elettori.

Insomma, le cose sono andate così, Donald Trump ha vinto le elezioni, è il presidente in carica eppure, la Clinton e i suoi brillanti sostenitori non si rassegnano e anziché provare a mettere in piedi un’opposizione solida e credibile, continuano con la stessa strategia che li ha portati al fallimento. Una propaganda spocchiosa, fatta di offese, insulti e umiliazioni, rivolte al presiedente e ai suoi elettori, considerati nient’altro che bifolchi.

L’ultimo attacco, in ordine di tempo è arrivato ieri, durante la serata di premiazione dei Grammy Awards quando nel bel mezzo uno sketch è apparsa la Clinton, intenta a leggere un passaggio di “Fire and Fury”, il best-seller di Michael Wolff, una specie di manifesto anti trumpiano in cui sono racchiuse tutte le ossessioni, gli eccessi e le presunte follie di Trump.

Scopo della gag: ridicolizzare le fobie del presidente, in particolare quella che riguarda la mania dell’igiene e l’ansia di una possibile contaminazione.

A questo punto la domanda sorge spontanea, come mai le regole del politically correct e dell’ipocrisia conformista valgono per tutti tranne che per Donald Trump?

Tutto questo mentre il terreno della politica estera, che era diventato parecchio melmoso per gli States negli ultimi anni, sembra mostrare, pur nel perdurare di dimensioni “critiche”, qualche segnale di dinamismo e di schiarita, dalla Corea al medio Oriente. E mentre i fondamentali dell’economia USA non si attestavano sui dati attuali da decenni. Il pil che cresce quasi del 3% e il tasso di disoccupazione sotto il 4%, che significa sostanzialmente piena occupazione, con alcuni settori che addirittura lamentano già la difficoltà di trovare manodopera. Questi i fatti al momento. Si tratta di situazioni concrete che con l’eventuale simpatia o antipatia che ispira il personaggio c’entrano poco. A meno di non avere lo sguardo completamente offuscato dalle cateratte dell’ideologia. Una visione opaca, una prospettiva cieca, tale perché osserva solo attraverso la lente deformante del pre-giudizio, del quale non riesce a fare a meno, del preconcetto da cui dipende, come un tossico dalla droga. E esattamente il meccanismo che Raymond Aron chiamò l’oppio degli intellettuali. A quanto pare la gran parte di questi hanno ancora come migliore amico il loro pusher.

 

Elettra Caramiello

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