Canto di Natale – Charles Dickens
25 dicembre 2017
Ritorno al padre
25 dicembre 2017

Ritratto di un sensibile cronista

Cognome DICKENS

Nome CHARLES JOHN HUFFAM

nato il 07/02/1812

a PORTSMOUTH

Cittadinanza INGLESE

Residenza

Via

Stato civile CONIUGATO

Professione SCRITTORE, GIORNALE, REPORTER

 

CONNOTATI E CONTRASSEGNI SALIENTI

 

Statura 1,59

Capelli NERI

Occhi CASTANI

Segni particolari ESPRESSIONE MALINCONICA

 

Il 21 dicembre è uscito nelle sale cinematografiche il lungometraggio dedicato a Charles Dickens e a una delle sue opere più celebri: A Christmas Carol (Canto di Natale). “Dickens: l’uomo che inventò il Natale”. E siamo già a Natale, quale occasione migliore per parlare di uno fra i più grandi ed eterni scrittori della letteratura mondiale?

Dickens nasce in una famiglia numerosa – secondo di otto figli – da un impiegato all’ufficio della Marina e dalla figlia di un funzionario statale, sullo sfondo di un’Inghilterra nel pieno della rivoluzione industriale. Fin dai primi anni, la vita si dimostra dura con lui e tutte queste esperienze, insieme anche all’importante momento storico che si trova a vivere, influenzano molto il suo immaginario e la sua scrittura; basti pensare ad Oliver Twist. Sono, però, innegabili l’ottimismo e la positività intrecciati a maglie strette nelle sue trame, la fede in una giustizia superiore che avrebbe punito i cattivi e premiato i buoni (non a caso la divisione manichea tra bene e male è una costante della sua opera).

Tuttavia, un’eccezione è rappresentata proprio da Canto di Natale. Ebenezer Scrooge, l’avarizia e l’anti-natale fatto persona (il papero, se pensiamo alla versione disneyana) alla fine si converte allo spirito natalizio e soprattutto alla bontà e alla condivisione che lo rappresentano: in questo caso c’è un lieto fine a 360°.

Molti dei suoi romanzi sono vere e proprie denunce sociali, non a caso viene definito l’inventore del romanzo sociale, i cui centri di interesse sono la fabbrica, con il relativo sfruttamento e lavoro sottopagato, il carcere (di cui si interessò anche nei suoi viaggi negli Stati Uniti e in Italia), gli ospizi, l’ideale utilitaristico, la schiavitù. Non bisogna però dimenticare il Dickens umorista de Il Circolo Pickwick. Questa larga parte impegnata deriva da esperienze che l’autore visse sulla propria pelle: quelle del lavoro in fabbrica a dodici anni e del dover vivere in prigione con la famiglia poiché il padre era stato arrestato per debiti. Lavorare e riposare in un ambiente sporco, pullulante di ratti, alla mercé di un padrone, insieme ad altri ragazzini, fu anche catastrofico sotto un altro punto di vista: Dickens si sentì abbandonato e perse completamente la fiducia nei suoi genitori, soprattutto quando lo costrinsero a restare in quell’inferno nonostante avessero lasciato il carcere (forse è per questo che i suoi protagonisti sono spesso orfani?). Solo grazie al padre al ragazzo fu consentito di frequentare due anni di scuola alla Wellington House Academy, per poi lavorare come fattorino presso uno studio legale e poi come cronista presso numerose riviste. Quest’ultima esperienza non solo gli permise di pubblicare il suo primo lavoro Sketches by Boz, dei bozzetti di vita urbana, ma rappresentò anche una parte fondamentale della sua persona che, insieme al trauma adolescenziale, diede il via alla sua essenza di scrittore. Infatti, nelle sue opere, pubblicate a puntate (ebbene sì, anche Dickens ha conosciuto il fenomeno dei feuilleton o dei romanzi d’appendice, che dir si voglia), troviamo la curiosità del giornalista di indagare e denunciare, ma al contempo il melodramma, il sentimentalismo e, forse, anche l’illusione che lo caratterizzano. Nonostante queste ingenuità, causate dall’impossibilità di completare gli studi e dall’infanzia e dall’adolescenza difficili, Charles Dickens è stato ed è un narratore eccelso e indimenticabile.

 

Laura Andrea Parascandolo

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