Pudicizia (s)velata: Antonio Corradini e Francisco Bosoletti a confronto

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Pudicizia (s)velata: Antonio Corradini e Francisco Bosoletti a confronto

Nel cuore dei Quartieri Spagnoli, fra il consueto e persistente brusio dei vicoli, vive “Iside”, la dea egizia della fertilità e della magia. Immobile e regale, il ritratto della divinità troneggia sulla parete di un edificio in via Emanuele De Deo, di fronte al murale dedicato a Maradona nel 1990 da Mario Filardi. L’imponente opera è stata realizzata fra settembre e ottobre di quest’anno dallo street artist argentino Francisco Bosoletti, rimasto profondamente affascinato dallo straordinario vigore della quotidianità partenopea scoperta durante le lunghe passeggiate con l’amico fotografo Sergio Siano.

La realizzazione dell’opera – inaugurata il giorno 6 ottobre – è stata possibile grazie all’impegno di Salvatore Iodice, artista e fondatore del laboratorio “Riciclarte/Miniera”. “Bosoletti – racconta Iodice – ha accettato con grande piacere quando gli ho chiesto di regalarci una sua opera, ma questa cosa si è resa possibile solo attraverso un grande lavoro di squadra che ha visto la collaborazione del Comune, della commissione cultura e turismo di cui sono il presidente, della casa Tolentino che ospita Bosoletti e di tante altre persone che ci hanno dato la loro disponibilità. Riciclarte/Miniera è ideatrice ma senza rete non si cresce”. La realizzazione di “Iside” è dunque esplicativa di talune tendenze tipiche dell’arte contemporanea che, assumendo sempre più spesso la forma di performance o di happening, inevitabilmente incontra dinamiche di natura amministrativo-politica che esulano dalla tradizionale dialettica pittore-acquirente, sollecitando riflessioni e interrogativi sull’evoluzione dei mondi dell’arte.

Soggetto forse insolito per un murales, “Iside” è stata riprodotta attraverso un particolare artificio cromatico che conferisce alla composizione un’aurea di sacralità e mistero. L’opera, infatti, si mostra chiaramente agli occhi dello spettatore solo attraverso un filtro fotografico negativo che ne svela la figura completa, rivelando nitidamente tutti i dettagli del disegno. Un chiaroscuro inverso, dunque, con le luci al posto delle ombre e le ombre al posto delle luci, che rappresenta bene la natura ambivalente e necessaria di entrambi, interpretando al contempo il sentimento di una città nel cui paesaggio convivono il Vesuvio, illuminato da quella luce tipicamente mediterranea che ha ispirato pittori classici e contemporanei, e i bassi – affollati e miseri – descritti mirabilmente nelle opere di Matilde Serao, Edoardo De Filippo e Curzio Malaparte.

L’afflato metafisico che dipana dalla figura non scaturisce solo dal sapiente uso dei colori, ma trova corrispondenza anche nella genealogia della dea, il cui culto si intreccia con la storia napoletana e cristiana. Giuseppina Ottieri, presidente dell’associazione “Fazzoletto di Perle”, scrive che “Iside di Bosoletti intende onorare la femminile potenza creatrice, la Natura che ama nascondersi e che con il suo velo abbaglia i nostri occhi mortali, la Grande Dea Madre, Colei che sa. A Napoli il culto di Iside è antichissimo. Il suo nome in geroglifico è un trono, ventre materno che accoglie la Vita e archetipo delle nostre Madonne”. L’opera di Bosoletti ha infatti tutto il fascino di una Madonna metropolitana, inaccessibile eppure vicina alla sua gente perché calata nel ventre della città, velata e altera ma profondamente umana nella sua nudità sacra e sensuale. Velata proprio come il capoluogo partenopeo raccontato da Ferzan Özpetek nel suo ultimo film “Napoli velata” (al cinema dal 28 dicembre) che descrive una città magica e superstiziosa, silenziosa e caotica, sacra e pagana, che conosce “oro e polvere”, il cui fascino eterno risiede proprio nel suo mistero irrisolvibile.

Il culto della dea Iside tesse fitte trame con la tradizione pagana e cristiana, da cui sono originati sincretismi complessi che l’hanno vista fondersi o convivere con altre divinità. Non solo, infatti, il culto di Iside a partire dal 204 a.C. sembra essere confluito in quello di Cibele, ma è probabile che alcuni dei suoi tratti tipici siano stati assorbiti dall’iconografia di Maria Madre di Gesù, come l’atto di tenere in braccio un infante, Gesù nel caso della Madonna e Horus per Iside, o gli appellativi di Madre di Dio, Regina del Cielo, Consolatrice degli afflitti. Del resto, come rileva il sociologo Luigi Caramiello (Percorsi di sociologia dell’arte, 2016), la transizione dall’arte classica a quella cristiana non è stata né netta né repentina: a Napoli, per esempio, proprio nei luoghi in cui si trovava il tempio dedicato a Cibele attualmente sorge il santuario di Montevergine, eletto a luogo di culto per persone omosessuali e transessuali, le quali il 2 febbraio di ogni anno, in occasione della festa della Candelora, si recano al santuario per accendere una candela all’icona bizantina della Madonna Nera, la Mamma Schiavona “che tutto concede e tutto perdona”.

Pur evocando alcuni riferimenti tipici della tradizione mariana, “Iside” di Bosoletti è una riproposizione in chiave urban di “Pudicizia”, una delle più celebri opere dell’artista veneto Antonio Corradini. Realizzata nel 1752, la scultura è conservata alla Cappella San Severo di Napoli – che Benedetto Croce ebbe a descrivere come “ricolma di barocche e stupefacenti opere d’arte” – assieme al “Cristo velato” di Giuseppe Sammartino e al “Disinganno” di Francesco Queirolo, gli altri due capolavori della terna delle meraviglie della scultura partenopea del Settecento. Corsi e ricorsi dell’arte, dunque.

“Pudicizia” fu commissionata dal principe Raimondo di Sangro per celebrare la memoria della “incomparabile madre”, Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, morta il 26 dicembre 1710, quand’egli ancora non aveva compiuto un anno. L’opera ritrae la giovane donna interamente ricoperta da un velo che ne riveste le nudità, esaltandone la bellezza classica e maestosa. Già avvezzo alle figure velate, Corradini in “Pudicizia” raggiunge un livello di perfezione tecnica inedito e quasi impareggiabile: impreziosito da un serto di rose adagiato sul ventre, il velo aderisce al corpo della figura come fosse bagnato, inumidito dal vapore del bruciaprofumi posto in basso, regalando alla persona una sensualità mistica che quasi inibisce lo sguardo. Il sacro erotico, tipico della scultura del tempo, nell’opera di Corradini dialoga con un sentimento neoclassico – essenziale ed elegante – che stregò anche Antonio Canova quando arrivò a Napoli nel 1780.

L’iconografia della statua si presta a molteplici interpretazioni, soprattutto di matrice esoterica. Anzitutto, il tema della morte prematura è simboleggiato dalla lapide spezzata, sublime artificio barocco, sulla quale ella poggia il braccio, e dall’albero della vita che fiorisce dal marmo ai suoi piedi. Proprio in riferimento alla necessità del trapasso doloroso ma a volte necessario, il basamento della statua reca la scritta latinaNoli me tangere” evocativa dell’episodio del Vangelo di Giovanni (20, 17) nel quale Gesù dopo la Resurrezione chiede alla Maddalena di non trattenerlo ancora nel mondo dei vivi. Inoltre, una serie di indizi collegano “Pudicizia” a una rappresentazione allegorica della Sapienza, con riferimento a Iside, dea velata cara alla Massoneria. Non solo, infatti, secondo la tradizione la scultura è collocata proprio nel luogo in cui nella Neapolis greca sorgeva la statua di Iside, ma pare anche che lo stesso Corradini fosse affiliato ai movimenti massonici conoscendone segreti e simboli.

Esattamente come per altri e diversi tipi di beni, oltre alla razionalità strumentale, l’utilizzo del velo – che caratterizza le due opere – si connette a una funzionalità simbolica complessa. Il velo non è solo un indumento con il quale coprirsi, ma anche un congegno di significazione, la cui storia si intreccia con le dinamiche politico-sociali dei contesti di riferimento. Basti pensare al suo utilizzo nelle società greco-romane, o negli ordini religiosi, alla sua diffusione nella società orientale; oppure, ancora, all’iconografia che dal velo di Maya arriva fino al velo della Madonna, per tingersi di una connotazione fortemente sensuale nella pittura neoclassica di Sir L. Alma-Tadema e di J. William Godward oltre che nell’arte erotica, soprattutto quando il suo tessuto è parzialmente o del tutto trasparente.

Giocando con i meccanismi della percezione e della fantasia, il velo costituisce un dispositivo capace di nascondere e mostrare, dissimulare ed esaltare, sommergere e confessare. Ricoprendo il corpo, infatti, esso avvolge le sue forme in un’oscurità rivelatrice che paradossalmente le esalta, rivelandole in tutta la loro potenza. Tuttavia, nonostante la fascinazione che esercita sul pensiero e sull’immaginazione tutto quello che non si mostra immediatamente ai nostri occhi, talvolta bisogna avere il coraggio di tirare giù il velo che occulta, o di lacerarlo, con un profondo atto di libertà che – di questi tempi – rappresenta anche un gesto, universale e laico, di civiltà.

 

Maria Romano

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