Caso Weinstein, il peso della verità

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Caso Weinstein, il peso della verità

È da giorni che il grande scandalo della Silicon Valley echeggia sui media di tutto il mondo, macchiando il mito della fabbrica dei sogni. Per oltre trent’anni Harvey Weinstein, produttore cinematografico statunitense, avrebbe abusato di numerose attrici, modelle e showgirl. Tra queste figurerebbero Angelina Jolie, Cara Delevigne, Gwynneth Paltrow e anche Asia Argento, che ha dichiarato di esser stata violentata nel 1997 quando era solo una ragazzina. L’attrice avrebbe continuato ad avere rapporti con Weinstein per 5 anni.

A quota 40 sarebbe giunto il numero delle donne che sostengono di essere state molestate o di aver subito vere e proprie violenze da quello che, fino a pochi giorni fa, era considerato il più potente di Hollywood. La messa al bando che ha colpito il magnate newyorkese ha avuto non poche ripercussioni, nella sua vita privata e professionale. La moglie, Georgina Chapman, solidale con le donne che lo hanno denunciato, lo lascia in tronco; Espulso dal board dell’Academy, così come dalla sua stessa società, con voto favorevole del fratello Bob, Weinstein si dice devastato per aver visto crollare il castello di sabbia che si era costruito: un fragile muro di bugie, ricatti e perversioni che, per decenni, avrebbero deturpato ancora una volta il volto di Hollywood.

 

Asia Argento e Harvey Weinstein

Gli scandali a sfondo sessuale hanno spesso però avuto come protagonisti mogul del calibro di Bill Cosby o Roman Polanski. E come nel caso di Weinstein, tutti dicevano di sapere; tutti, disgustati, si voltavano dall’altra parte. Eccoli qui, oggi, pronti a denunciare il conclamato. Tra le stesse donne, vittime di quegli abusi, c’è chi ha aspettato più di trent’anni per urlare il proprio dolore. Premesso che una violenza sessuale vada punita con pene severe, più severe di quelle che (non) tutelano oggi gli italiani, di quesiti ne sorgono parecchi. Primo fra tutti è “perché non parlare prima?”

Una delle tante accuse è stata quella di cavalcare l’onda della notizia, così come di aver beneficiato di quegli incontri, di quelle proposte oscene, accettate da qualcuna. Ma di questo non si può parlare. Ciò che accade sotto le lenzuola è privato. Talmente privato da non poter essere indagato, da non poter essere contestato, alle volte. La paura di denunciare è un leit motiv nelle vittime di abusi ma queste donne, forti simboli d’emancipazione, celebri, ricche e affermate, cosa temevano? Molti dicono “la fine della loro carriera”, o forse c’è dell’altro?

Gwynneth Paltrow, Ben Affleck, Harvey Weinstein

 

Forse viviamo in una società dove si è più accettati come vittime. Una donna che sceglie di andare a letto con un uomo per ottenere un lavoro è una poco di buono. La vittima si compatisce; colui, o colei, che sfrutta l’occasione è da condannare.

Forse è per questo che molte violenze vengono “ricordate” con ritardo. Fresche sono anche le dichiarazioni di Scott Rosenberg, produttore e sceneggiatore, che ammette «Sapevamo, abbiamo taciuto perché era la gallina dalle uova d’oro». Ed è possibile che alcune delle quaranta denuncianti abbia goduto di quell’oro? È possibile che la denuncia del momento le avrebbe esibite come abiette creature pronte a tutto, mentre parlare adesso non è altro che un “atto di coraggio”, che richiede a tutti di essere solidali nei loro confronti?

La riflessione che qui si propone è se, e fino a che punto, la pressione psicologica dettata sull’individuo, da schemi pregiudizievoli della società, spinga a mentire pur di essere socialmente accettati. Non ci sono estranei casi di falsi stupri, finte violenze, denunciate e poi smentite. È quindi il caso di domandarsi se sia giusto denunciare indecenti proposte sessuali, ricevute e accettate per ottenere un proprio tornaconto. Una donna che coscientemente accetti le avance di un uomo, spregevole e depravato che sia, è una donna che, con raziocinio, ha consapevolezza di scelta, che ha un potere nelle sue mani e sceglie di usarlo, in quel momento, a quelle condizioni. E dopo, dopo cosa accade?

Nessun processo alle vittime. Quando sono tali.

La donna occidentale ancora vive il ripudio della sua stessa emancipazione. È una donna libera, ma non si sente libera. Non del tutto. È una paura che fa male, un timore che nuoce al progresso conquistato con tanta difficoltà. La vera retrocessione culturale sarebbe quella di ipotizzare che in un mondo che protegge le donne, che le ama e le rispetta, ci sia ancora chi pensa che la denuncia sia una colpa.

 

Stefano Branciforte

 

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