La dissonanza cognitiva degli ingenui

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La dissonanza cognitiva degli ingenui

Se persino nelle narrazioni bibliche – generalmente quelle più inclini alle visioni manichee – si riscontra una traccia di complessità non affatto irrilevante, viene in mente che le categorie del pensiero basate sulle dicotomie andrebbero un po’ riviste. Chissà, forse proprio a partire dai programmi scolastici dei nostri ragazzi. D’altra parte, se riflettiamo sul fatto che il mondo perfetto proposto dal cristianesimo – il giardino dell’Eden – è stato mandato al diavolo per il semplice morso su una mela, ci rendiamo conto che dietro le suddivisioni tra credenti e miscredenti, buoni e cattivi, bianco e nero, c’è un una frontiera sfumata che fa da anticamera a una sterminata area dominata dal caos.

Erano stati saggi i nostri avi: l’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, è allo stesso tempo un mangiatore di mele a tradimento.

Eppure, l’insensatezza di quest’incauto gesto fu l’espediente che consentì una geniale mossa ai narratori del regno del cielo: al di sopra di questo, il paradiso perduto; e sotto di esso, il mondo della perfettibilità, animato da uomini alla continua ricerca del perdono. Ma badate, ciò non significa che le società non presentino dei dati conclamati o una sorta di regolarità. Solo che spesso questa è condita da una cospicua dose di incertezze, di caducità e finanche di paradossi.

La necessità umana di classificare, numerare e selezionare, è figlia di un requisito del nostro cervello, il quale si adopera per catalizzare la miriade di informazioni che percepisce dall’esterno: la strategia della semplificazione non è altro che la sua maniera per non impallarsi.

Ma quali sono le soglie sopra le quali quest’innata propensione può dar luogo a delle insidie?

In politica, ad esempio, si assiste a un rafforzamento costante e consistente dei movimenti populisti, i quali hanno fatto della semplificazione un’efficace tattica politica. Lo zoccolo duro dei loro sostenitori non si manifestano soltanto come semplici elettori, ma quasi come se fossero degli adepti di una setta. Basta osservare i loro comportamenti sui social network, soprattutto quando il giornale più vicino alle loro posizioni politiche, oppure le affermazioni di  un opinion leader a cui si riferiscono, si discostano dai  loro dettami  più consolidati.

Ebbene, quando ciò accade, essi reagiscono in maniera quasi schizofrenica. Generalmente, due sono le reazioni principali; in certi casi scatta la delegittimazione: “non pensavo che anche lui (l’opinion leader n.d.r.) si fosse venduto alle lobby“.

In altri casi scatta la minimizzazione: “alla fine non ha detto niente di così grave, sono i soliti giornalai di regime che cercano di metterci l’uno contro l’altro per indebolirci“.

È interessante notare che spesso non si soffermano nemmeno ad approfondire il contenuto del ragionamento. Questo meccanismo comunicativo chiama in causa la classica dialettica amico/nemico elaborata dal filosofo Carl Schmit, esasperandone soltanto l’aspetto superficiale. Proprio come se non riuscissero a contemplare altro che il dualismo, il bianco e il nero. Il mondo semplificato resta la loro porto sicuro. Perché se volessero salpare verso il mare aperto dovrebbero innanzitutto uscire da quel vicolo cieco di cui parlava lo studioso britannico Gregory Bateson.

Tuttavia, la speranza è che qualcuno riesca a superare questa forma di dissonanza cognitiva, scavalcando definitivamente il muro dell’ingenuità. In cima a quel muro potrà finalmente guardare con altri occhi l’infinita quantità di chiaroscuri che ci circonda.

Giuliano Gaveglia

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