“Bartleby lo scrivano”- Herman Melville
20 agosto 2017
Ritratto di una detenuta
31 agosto 2017

Sogni infelici

Sono passati anni da quando ho abbandonato il sogno di diventare un giocatore dell’Nba. Qualche volta mi capitava persino di immaginare i titoli dei giornali sportivi: “Un playmaker italiano spopola nella National Basketball Association”. Ma confesso che è passato meno tempo dall’ultima volta che ho immaginato di far goal al San Paolo: esultavo sotto la curva giurando fedeltà alla maglia, e un attimo dopo, battevo con orgoglio la mano destra sul petto. Del resto, sognare non costa nulla o almeno così dicono. Dicono. Eppure la storia – magistra vitae – insegna che le chimere, le utopie, i sogni, non di rado, si sono trasformati in orribili incubi. E allora qual è il modo giusto di sognare? Quale dev’essere la misura dei sogni?

Non è facile rispondere a questa domanda. Siamo in un territorio di frontiera, nel quale un confine sottile determina la trasformazione da un sogno benefico a un pericoloso incubo. D’altra parte, sognare è una prerogativa umana. Sigmund Freud aveva fondato buona parte della sua teoria psicanalitica su questo complesso dispositivo del “sogno”. E non di meno questa dimensione onirica è stata oggetto privilegiato della letteratura, del cinema, della musica: “Penso che un sogno così non ritorni mai più” recita il primo passo di una delle canzoni italiane più canticchiate al mondo. Oppure “i sogni son desideri di felicità”.

Fin dai tempi delle elementari, i bambini e le bambine cominciano a fantasticare sul loro futuro. Quante volte li abbiamo sentiti ripetere “papà, voglio fare l’astronauta”.

L’astronauta, in effetti, è un ever green. Ma non bisogna dimenticare il calciatore, l’attore, la modella, la cantante e via dicendo. Qualche bambino più pragmatico immaginava di voler fare persino il benzinaio. Pensava che il malloppo di banconote che il tizio tira fuori dalla tasca durante il rifornimento rappresentasse i suoi lauti guadagni. Poi però gli anni passano e molti di quei bambini sono costretti ad abbandonare i loro sogni. Nei casi peggiori giovani donne e giovani uomini frustrati restano intrappolati nei confini di un desiderio irrealizzabile, un’oasi felice che non esiste, una dimora dalle fragili fondamenta che segna il distacco da una dura realtà. Perché un giorno, a quei bambini cresciuti, qualcuno dovrà pur dirglielo che non tutti hanno il talento e la fortuna per poter diventare calciatori, attori e ballerine. Insomma, che dovranno riciclarsi in un altro mestiere.

È di questi giorni la notizia per cui la quota di figure professionali “vacanti” richieste dalle imprese italiane ha raggiunto il massimo storico, almeno da quando l’Istat ha iniziato a compiere questa rilevazione. In altri termini, le nostre aziende hanno bisogno di programmatori, banconisti, saldatori a filo, di operai che stendano la fibra ottica. Ma questo genere di professionalità non si trovano, o in ogni caso, la domanda è molto superiore all’offerta. Il fenomeno è tutt’altro che irrilevante e varrebbe quasi un punto di disoccupazione. Una situazione che richiama l’annosa diatriba sulle “finalità” delle scuole secondarie superiori. Ovvero, sull’evenienza di avvicinare, o meno, l’universo scolastico a quello del mercato del lavoro. Una polemica che monta soprattutto dagli esponenti della sinistra radicale, per i quali un percorso di avviamento scolastico verso il mondo del lavoro rappresenterebbe una svalutazione del processo di formazione culturale; significherebbe svendere il futuro dei nostri figli alle torbide leggi del mercato. Ciò nonostante, l’alternanza scuola-lavoro è una pratica che va delineandosi anche in Italia. Già, perché in paesi come la Germania (dove peraltro la disoccupazione è scesa sotto il 4%), lo “stage” lavorativo durante gli anni scolastici è una realtà più che consolidata. Insomma, dar vita a un partenariato più solido tra scuola e impresa sta diventando una necessità impellente, così come quella di operare una riforma organica del sistema scolastico, in primo luogo delle scuole superiori. Il tasso di analfabetismo funzionale ha raggiunto livelli preoccupanti e forse l’introduzione del “liceo breve”, proposto qualche giorno fa dal ministro Fedeli, non basta. Abbiamo bisogno di scelte logiche, pragmatiche e coraggiose, sia per migliorare la qualità dei programmi scolastici degli studenti, sia per evitare il lungo periodo di inattività che frusta il morale dei nostri giovani. Un tempo morto che non fa altro che allungare a dismisura la dimensione dei sogni impossibili.

Giuliano Gaveglia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *