Fabio Donato. Altri enigmi…omaggio a Man Ray

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Fabio Donato. Altri enigmi…omaggio a Man Ray

Fabio Donato ci dice che la fotografia serve alla contemplazione, ma la contemplazione è una funzione del pensiero e il pensiero è l’espressione più alta della vita, di cui la libertà è la forma per eccellenza senza di cui il pensiero si riduce ad una sconnessione della parola, dell’immagine, del gesto, d’essere manifestazione vera che corrisponde al sentire ed al volere dell’etica e dell’estetica che governa ogni pensiero complesso, che non sia solo il riflesso di pensieri, primari ed elementari, ma anche di procedure fantastiche che vanno oltre il reale e si rifanno ai desideri, a quelli che Agnes Heller ha chiamato i “bisogni radicali” di tutti noi, che non corrispondono ai bisogni materiali.
Così nasce negli anni ’70 il suo diario fotografico lungo quarant’anni, fatto di memoria privata e collettiva al contempo, fatto per essere un segreto, una intimità, senza retorica, con l’autenticità delle cose che sanno di verità, perché gli “enigmi” esposti alla  Biblioteca del Museo Nitsch (fino al 30 luglio) esistono e quindi non si tratta di un racconto ma di una conferma, per la scansione temporale di una ricerca, nata dalla necessità di trasferire un’immagine radicale e complessa, per una elettività in cui possono stare gli tutti gli uomini, gli sconosciuti e quelli che non sono interessati all’uomo e alla problematizzazione filosofica del mondo, ma solo alle sue opere, per farne speculazione o mercato speculativo.  Le tappe di questo diario, che parte dall’Asia, sono viaggi in Italia, in Europa, in America, in Africa, dettati dall’ansia di conoscere, di vedere, toccare con mano, sono l’inseguimento della felicità e della concettualità della fotografia, sempre a portata di mano e sempre sfuggente. Anche quando Donato mostra le sue qualità di fotoreporter ci lancia un messaggio poetico, artistico, che parte da una visione enigmatica del mondo, nata nel teatro, come possibilità di cogliere l’immediatezza della complessità. Da questo mondo fotografico, appare un Fabio Donato viandante di splendida fisicità, che diventa una vera e propria “materializzazione dello spirito”, che in epoca di virtuale esasperato, riporta il senso di una quotidianità, di cui non ci rendiamo più conto. Tutto questo viene recuperato in pieno, perché le fotografie sono vere, sia quando i soggetti e le cose sono ripresi inconsapevolmente, sia quando sono messi in posa per lo scatto ed hanno l’aria del ritratto; insomma non c’è mai l’effetto cartolina e la finzione dell’involontarietà finta. Tutto in una irrealtà dove si specchiano, come in un fortunato specchio, le alternative della quiete nella non speranza, di cui s’avverte il forte sapore, fuori da queste orbite fotografiche che sono cinte d’assedio da clamori e decomposizioni, che sono rimaste nascoste nella testa dell’autore. Donato propone un eclettismo declinato a tutto campo, con al centro il soggetto umano e il paesaggio, cioè il creatore dello spettacolo che diventa esso stesso l’oggetto d’indagine, sia dal punto di vista psicologico che da quello fisico, componendosi e scomponendosi, come se fosse un libro aperto sulla storia e sull’attualità dell’immaginario, che ci vede al centro, sia come occhio che sta dietro la macchina fotografica, proponendosi come regista del mondo, sia come occhio che guarda l’obiettivo per dare di sé una riproduzione addomesticata, se non falsa, non riconoscendo mai oggettività vera e propria all’enigma, che il fotografo accoglie come spettatore intellettuale, che rileva una situazione che forse sta per esplodere e che attanaglia le meningi. Fabio Donato declina come fossero i casi di una retorica antica, i nominativi, gli accusativi, i vocativi, del concetto di fotografia, torturata dalla manipolazione, nella fragilità, che caratterizza questo tempo di virtualità e straniazione in cui tutto tende ad omologarsi nel senso della percezione, ma è una costruzione mentale, un montaggio in cui ognuno può vedere ciò che vuole, facendo diventare un’assolutezza multi-significante, ciò che potrebbe essere un attimo carpito all’inesorabile trasformazione dell’individuo, che fa vedere in unum, ciò che nell’evoluzione della specie appartiene alle ere geologiche, segnando di graffiti e di rughe, il sé e l’altro da sé. Raffinatissimo artista, Donato presenta i reperti “concettuali” dei suoi attraversamenti, giocati tra presenza e assenza, equilibrio e attesa inesorabile, creando una sequenza in cui si alternano, linearità, specularità, circolarità, in cui si capisce che non possiamo esimerci dalla vita, nemmeno questa primavera a Napoli.

 

Pasquale Lettieri

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