I musicisti ad occhi bassi: la scena Shoegaze

Inferno di Ron Howard
26 marzo 2017
Scompare Luigi Pascale
28 marzo 2017

I musicisti ad occhi bassi: la scena Shoegaze

Di Silvia Piscopo

 

 

Galileo, colui che osserva le stelle, e suo fratello minore più figo, che si osserva le scarpe.

 

Lo Shoegaze è un genere che sfugge da definizioni di spazio, tempo e forma; più schivo dell’indie-rock, meno greve del post-punk, non segue alcun canone, se non pochi tratti distintivi che disegnano atmosfere musicali surreali.
In principio venne definito dream pop ­– pop sognante – perché una delle prerogative delle band dei primi anni ’90 era proprio quella di trascinare l’ascoltatore in un altro mondo, un universo fatto di sensazioni, più che immagini, di concetti sfocati e ricordi.
Il nome shoegaze vuol dire “fissare lo sguardo sulle scarpe”, e fu coniato dai critici per deridere l’attitudine degli shoegazers sul palco, in particolare i chitarristi, che non alzavano mai lo sguardo dai propri piedi, troppo concentrati a cambiare le impostazioni delle pedaliere ed ottenere quelle distorsioni che sarebbero diventate parti essenziali del genere.

 

Nonostante il fenomeno dello shoegaze sia ascrivibile agli anni ’90, esso non è vera espressione di quel periodo; come un fiume sotterraneo, non è mai uscito dalla scena indipendente, restando – negli anni – un genere di nicchia.
Più che di un periodo storico, lo shoegaze pare essere, infatti, espressione di una non ben definita dimensione del passato.
Le atmosfere delle canzoni sono malinconiche, i suoni indefiniti e distorti si ergono a formare un muro del suono invalicabile, attraente e perverso.
I tappeti sonori estremamente lo-fi, di bassa qualità, confondono le linee melodiche, creando spunti vaghi, eterei, concatenandosi a voci talora impalpabili, talora violente, annoiate, timide. “Un gran casino”, scrivevano sulla rivista musicale NME, “proprio un gran casino”.
Dal vivo, i musicisti sono schivi, e così l’audience: le melodie indefinite e il “chiasso” degli strumenti lasciano gli spettatori soli con i propri pensieri, alienandoli dal resto del pubblico.
Lo sguardo dei musicisti non è puntato al pubblico; gli occhi della platea non sono fissi sulle band.

In un strano innesto di minimalismo e sfarzosità, il genere vide la nascita, nei primi anni del ’90, di una serie di band: I My Bloody Valentine, ritenuti padri del genere insieme agli Spacemen 3, i Jesus and Mary Chain, una sorta di (ancora più) perversi Velvet Underground, gli Slowdive, i Cocteau Twins – con a capo Elizabeth Fraser, compagna di Jeff Buckley, e fra le voci più enigmatiche e sognanti di sempre.

L’ondata degli shoegazers durò ben poco, e il genere fu sostituito in quanto popolarità dalla scena grunge di Seattle e dai ben più audaci campioni Britpop – che pochi anni dopo avrebbero scalato le classifiche internazionali.
Nonostante ciò, il movimento continuò a pulsare nei sotterranei del panorama musicale, ispirando ramificazioni del genere come il nu-gaze, fino a vere e proprie contaminazioni moderne, come nel caso della vaporwave, figlia diretta del dream pop. Oggi lo Shoegaze, con i recentissimi ritorni di tre band capostipiti – gli Slowdive, i Jesus & Mary Chain e i Ride– sta tornando sulle scene. I ragazzini che nei ’90s suonavano ad occhi bassi ora guardano dritto negli occhi le nuove tendenze musicali, riportando in note quei sound nostalgici, ma maturandoli ai tempi e alle proprie personali evoluzioni.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *