Terra dei Fuochi: la versione scientifica della Task Force Pandora

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Terra dei Fuochi: la versione scientifica della Task Force Pandora

Era il lontano 2003 quando fu coniato da Legambiente l’espressione “Terra dei Fuochi”, destinato a stamparsi nell’immaginario collettivo odierno, le cui immagini documentali, spesso associate a roghi di rifiuti nelle aree di periferia a Nord di Napoli, sono state parte integranti di una campagna di denuncia nei confronti di sversamenti illeciti, di natura prevalentemente camorristica, provenienti da più parti di Italia, i quali, a causa di un ripetuto “ciclo” di sversamenti destinati a riempire buche scavate per estrarre materiale edificabile, utilizzato poi in diversi progetti di abusivismo edilizio gestiti dai clan, secondo le tesi ambientaliste, avrebbero compromesso le falde territoriali del sottosuolo, con conseguenti danni ai settori dell’agricoltura e dell’allevamento locali, nonché allo sviluppo di malattie gravi e di forme tumorali nella popolazione. Secondo l’allora Ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, dal rapporto si legge che:

“La Campania si colloca al primo posto per reati collegati all’illegalità ambientale, figura sia come sito di destinazione di traffici abusivi che come punto di partenza di rifiuti tossici che vengono smaltiti in altre regioni (Puglia, Basilicata, Molise, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto). L’interesse dei clan camorristici nel settore dello smaltimento rifiuti è incentrato specialmente nella gestione diretta delle discariche illegali realizzate in cave o in terreni.”

A conferma, il Procuratore Nazionale Antimafia dell’epoca sostiene che:

In tutta la Campania ci sono stati sequestri di luoghi di scarico abusivi, anche rifiuti tossico nocivi; proprio in Campania è emerso quello che qualcuno ha coniato come il “ciclo”: si scava; il materiale serve per costruire abusivamente; nello scavo si mettono i rifiuti che inquinano le falde. Si è arrivati al punto che i rifiuti vengono utilizzati anche per fare mattoni, insieme agli inerti. Per anni – prosegue il Procuratore Vigna – la Campania è stata crocevia. Gli esempi più recenti sono il traffico di 18mila tonnellate di rifiuti fra Brescia, Napoli e Caserta, poi a Santa Maria Capua Vetere smaltiti un milione di tonnellate di rifiuti in 4 anni. Vorrei far notare che spesso questi delitti sono collegati in primo luogo con delitti di falso e con reati contro la pubblica amministrazione.

Da un punto di vista della comunicazione mediatica, il fenomeno, dunque, è anzitutto da inquadrare in uno scenario ben più ampio della semplice sfera medico-epidemiologica, con conseguenti manifestazioni psicosociali come i timori da parte della popolazione nell’ingerire cibi contaminati o nelle mobilitazioni collettive di solidarietà verso i malati di cancro di tutta la Campania. Del resto, appare evidente come il collante di una struttura già di per sé complessa, sia proprio ricercabile in un insieme di variabili di matrice politico-sociale, che, se da un lato si basano sulla cattiva gestione del territorio e sull’influenza delle ecomafie nella gestione dei rifiuti, rafforzate e certificate da atti giuridici, dall’altro, nell’immaginario collettivo, risultano diventare i principali iniettori di un sentimento giustizialista, atto a puntare il dito non solo contro responsabili “ignoti”, ma ostracizzando anche l’operato di chi, con scienza e coscienza, voglia vederci chiaro anche in merito alle questioni mediche ed epidemiologiche legate alla Terra dei Fuochi, tutt’altro che scontate e certificate, con l’obiettivo di portare alla luce realtà scientifiche precise e al fine di mettere in condizione i decisori politici locali di agire con provvedimenti più adeguati possibili, evitando, tra l’altro, catastrofi economiche legate al mondo dell’allevamento e dell’agricoltura.

Una di queste realtà, che negli ultimi anni si è fatta avanti con forza, sfidando ambienti in cui la speculazione mediatica (derivante dalle cause descritte sopra) genera ogni sorta di interessi che non modificano neanche di una virgola l’attuale status quo sul problema, è la Task Force Pandora coordinata e diretta da Paola Dama, attualmente ricercatrice in oncologia molecolare presso la University of Chicago, supportata da scienziati campani, provenienti dal resto d’Italia, ma anche dall’estero, appartenenti a vari settori scientifici che collaborano in modo multidisciplinare e del tutto volontario e spontaneo.

Tra il 2014 e il 2015 sono stati stanziati dal Governo almeno 25 milioni di euro per la Terra dei Fuochi e per l’Ilva di Taranto (D.L. 136/2013), con l’obiettivo di diagnosticare possibili tumori attraverso degli screening, ma che, secondo Pandora, solo tre di questi assicurino un’efficacia scientifica degna di nota: la mammografia, per il cancro alla mammella; il pap-test, per il cancro del collo dell’utero; ricerca di sangue occulto nelle feci per il cancro del colon al retto. Secondo i dati di Pandora, la Sanità campana risulta essere molto in ritardo in termini di organizzazione e di educazione sanitaria verso la popolazione, in quanto le politiche sanitarie dovrebbero poter promuovere maggiormente una cultura della prevenzione e far conoscere alle persone le vere cause che possono far scaturire tumori. Non è un caso, infatti, che, in seguito alle dichiarazioni nel 2013 del pentito Carmine Schiavone, testimone del rilascio nel sottosuolo della “Terra dei Fuochi” di rifiuti radioattivi, la popolazione sia insorta. Eppure il tasso di radioattività di quelle zone sia inferiore a quello presente presso il centro storico di Napoli, nella zona di della Basilica di Santa Chiara, come sostenuto con semplici misurazioni Geiger riportate dall’ingegnere nucleare Vincenzo Romanello, presidente dell’Associazione Atomi Per la Pace e già Direttore Scientifico al Research Center Rez (Husinec-Rez). Ciò è dovuto al fatto che la radioattività, in realtà, fa parte della nostra vita quotidiana più di quanto possiamo immaginare, essendo un fenomeno naturale con cui l’uomo convive da sempre in dosi limitate presenti nell’ambiente; le radiazioni ionizzanti, infatti, possono nuocere all’uomo solo se nel caso in cui siano il risultato di uno scorretto confinamento di prodotti chimici e industriali, le cui dosi iniettate nell’aria o nel sottosuolo risultino pari a migliaia di volte superiori a quelle già presenti nel fondo naturale.

Secondo gli ultimi dati sui tumori a partire dal 1970 al 2014, i tumori in Campania hanno registrato un calo non indifferente rispetto agli anni Novanta, specie per gli uomini, e non si può stabilire (come medicalmente noto) una causa univoca tumorale se non dettata da una molteplicità di fattori, in questo caso non solo legati all’ambiente, ma anche alla situazione economica e assistenziale del Sistema Sanitario locale. Molti rapporti in merito all’argomento, inoltre, risultano talvolta fuorvianti, specie per alcune caratteristiche metodologiche, come avviene, ad esempio, nello studio SENTIERI, i cui dati “non consentono la valutazione di nessi causali certi, permettono tuttavia di individuare situazioni di possibile rilevanza sanitaria da approfondire con studi mirati”. Quindi lo studio, al contrario di quello che dice lo scrittore Roberto Saviano, non dimostra alcun nesso “tra devastazione di intere aree, i rifiuti intombati, le morti per cancro e i bambini che nascono con malformazioni”. Tale rapporto non lo dimostra e non può farlo perché è uno studio epidemiologico trasversale (o geografico) e questo tipo di studi non ha questa capacità. Inoltre, i dati provenienti dall’attuale registro tumori disponibile, puntualmente riportati dalla Task Force Pandora, parlano di un’incidenza maggiore al Nord rispetto al Sud per alcuni tumori. Come se non bastasse, al Sud, si denuncia da tempo una carenza dell’organizzazione degli screening  oncologici e la dispersione o frammentazione delle cure oncologiche, non facendo altro che contribuire all’alta mortalità per cancro nella nostra regione; inoltre, nel caso dei bambini, nel periodo 2011-2015, sebbene siano stati attesi 770 casi da 0 a 14 anni, in Campania, oltre il 50% di questi ultimi è stato previsto nell’intera provincia di Napoli a prescindere dalla localizzazione nella Terra dei Fuochi. È quindi chiaro che si ponga il problema di ridefinire, in modo sempre più preciso e a macchia di leopardo, sia la localizzazione, sia il monitoraggio costante dei luoghi più a rischio ambientale della Regione. Sul problema sollevato sin dal 2003, relativo alle falde del sottosuolo, invece, è importante ricordare che il rischio di contaminazione accidentale delle acque di falda, controllate per legge prima di passare agli impianti delle reti idriche di adduzione e distribuzione territoriali e una volta accertato il loro corretto funzionamento, è piuttosto basso, in quanto i sistemi di erogazione sono sistemi in pressione (a volte molto elevate) per cui non è fisicamente possibile che altre sostanze penetrino all’interno. Altra questione riguarda la qualità dell’aria e il rilascio nell’atmosfera di sostanze tossiche derivanti dagli incendi dolosi di PFU (Pneumatici Fuori Uso), i cui fumi prodotti possono contenere quantità significative di gas nocivi alla salute umana quali idrocarburi aromatici, IPA, composti solforati, monossido di carbonio e ossidi di azoto e, pertanto, occorre, secondo il perito Carlo Schiattarella, una completa ridefinizione della rete di monitoraggio delle centraline di rilevazione atmosferica in Campania, al fine di avere, un database sempre aggiornato e pronto per essere consultato.

Come si è visto, la variegata quantità di dati scientifici raccolti e certificati dalla Task Force Pandora, mette in luce anche un problema di come comunicare, oggi, in modo chiaro, sintetico ed efficiente, una tale mole di dati scientifici alla popolazione, al fine di non dar credito a rapporti che, invece, per altri motivi, vengono ritenuti attendibili, in primis dalle forze politiche. Alla luce di una realtà complessa dettata da un processo di comunicazione perverso come quello formatosi sulla questione della Terra dei Fuochi, della gestione dei rifiuti in Campania e dell’attuale situazione sanitaria, Paola Dama, nel suo ultimo libro “Falsa Equivalenza” (2016), non fa altro che confermare le ipotesi legate ai processi di comunicazione che qui vogliamo dimostrare:

Il vero problema è la comunicazione. Se l’emergenza rifiuti non ha un impatto significativo sulla salute, o almeno non evidenziabile al momento, ha però provocato gravi danni, e non solo ambientali. Il danno principale è la sfiducia della popolazione nei confronti delle autorità sanitarie. […] Una delle peggiori cose dal punto di vista mediatico è il dibattito scientifico, soprattutto quando a parlare non sono i dati e la loro confutazione, bensì le offese personali e la esternazione dei propri titoli accademici e professionali. La gente rimane totalmente immobile e la sfiducia piomba nelle case di famiglie che alle difficoltà reali di affrontare i problemi, in una regione dove il minimo diritto non viene garantito, si aggiunge la disinformazione e non sarà questa a salvare vite umane.

 

Giuseppe De Salvin

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