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8 marzo 2017

La Strategia del Macaco

NEL PARTITO DEMOCRATICO VIENE USATA LA

“STRATEGIA DEL MACACO”

 

a cura di Gaetano PISCOPO

Qualche giorno fa sono stati pubblicati i risultati di una ricerca fatta al Bioparco di Roma su un consistente numero di primati. Lo studio ha evidenziato l’aggressività dei macachi e le loro reazioni. La scimmia quando viene aggredita da un altro componente del gruppo si guarda bene dal reagire direttamente e nel ritirarsi dalla competizione si vendica sul parente debole più prossimo all’attaccante.

Che dire di questa strategia se non ricondurla a tutto quello che in questi mesi sta accadendo nel Partito Democratico. Renzi nella sua smania di cambiare l’Italia aveva fatto prefigurare uno scenario apocalittico a chi ha vissuto di privilegi, mediazioni, condizionamenti e ricatti. La Riforma Costituzionale e la Legge Elettorale dovevano essere ostacolate e così è stato. All’interno del PD non si sono limitati a sconfiggere questi tentativi di rinnovamento troppo spinti, ma vogliono annientare Renzi e metterlo in condizione di non nuocere più.

Per trovare ancor maggiore attinenza alla strategia di cui si è parlato basta ascoltare il discorso di Renzi all’ultima Direzione Nazionale del PD, quello antecedente alle sue dimissioni. Dopo essersi ritemprato dalla sconfitta referendaria il buon Renzi torna più baldanzoso di prima e nell’accettare la sfida congressuale dimostra agli avversari interni di avere ancora capacità e numeri per vincere. Non solo, si permette anche di rispondere a chi gli addebita, dalla minoranza, responsabilità sulla crisi di alcuni piccoli istituti bancari. Lo fa mettendo in evidenza i fattori temporali che escluderebbero sue responsabilità, ma rilancia chiedendo invece conto di quanto successo molto più in grande negli scandali del Monte dei Paschi di Siena, della Banca 121 (la banca leccese acquistata dal Monte Paschi), della UNIPOL.  Istituti bancari con forti e antichi legami proprio con quella minoranza che lo contesta.

Sembra un ripercorrersi della storia con un unico grande regista. La stessa regia che candidava Di Pietro al senato per premiarlo dei risultati di tangentopoli, avendo con le sue indagini eliminato il Partito Socialista Italiano che con Craxi faceva ombra al loro pur tardivo accesso nell’Internazionale Socialista (ancor maggiore lo smacco di Renzi per essere riuscito a portare il PD nel PSE a pochi giorni dalla sua investitura di segretario). Una guerra che continua contro Prodi e il suo governo.  Troppo strano che queste rappresaglie siano sempre state condotte con maggiore vigore nel proprio partito e solo per stabilire la leadership di chi intende essere determinante e decisivo sia quando è maggioranza che quando non lo è. Alla faccia della democrazia partecipata.

L’incredibile è che, come con Berlusconi, si prova ad abbattere un avversario politico per vie giudiziarie e non per la via democratica. Ovvero attraverso l’acquisizione di quel consenso che Renzi dimostra ancora di avere. Basta leggere i numeri (senza tener conto del 41% alle europee e il 40% del referendum) oggi il PD di Renzi viene ancora apprezzato al 30% pur avendo ereditato da Bersani un partito al 25% e subito una scissione.

La guerra in atto è molto più importante delle antipatie personali verso Renzi. Si tratta di stabilire chi nominerà i prossimi candidati alla camera e al senato. Si dovranno rivedere le nomine in tutte le partecipate pubbliche. A Renzi non potrà essere offerta quest’occasione che lo rafforzerebbe troppo.

Allora si mette in atto la “strategia del macaco” citata.  Basta prendere un’indagine giacente nei cassetti da tempo, quella CONSIP, e provare a dargli il giusto effetto mediatico. Ci sono tutti gli ingredienti tranne le prove. C’è un Ministro vicino a Renzi e addirittura il padre Tiziano che in passato aveva avuto un fallimento della sua ditta di rappresentanza. Tutti gli elementi sono fondati su fughe di notizie che provano a ricostruire un quadro probatorio fondato sul vago. Non ci sono appalti assegnati, non c’è prova di passaggio di denaro. Ci sono “pizzini” trafugati dai rifiuti tempo fa, un imprenditore d’assalto Romeo e qualche millantatore faccendiere e tutto il gioco è fatto dando in pasto alla stampa gli elementi giusti per creare imbarazzo.

La domanda naturale che sovviene è la seguente. Può mai essere possibile che un partito di governo candidato a vincere le prossime elezioni nazionali faccia il possibile per rafforzare gli avversari, in primis il Movimento 5 Stelle pur di mandare a casa Matteo Renzi?  Può essere credibile una campagna per le primarie dove oltre a Renzi siano candidati uno come Emiliano che conserva gli sms per incastrare Lotti e da ex magistrato non lo denuncia (né lo potrebbe fare senza elementi di illegalità) e l’altro Andrea Orlando attuale Ministro della Giustizia in pieno conflitto di interessi?

La verità è che dopo la Prima Repubblica abbiamo delegato alla Magistratura il compito di determinare le scelte politiche. Lungo è l’elenco dei magistrati scesi in politica senza aver abbandonato la toga: Michele Emiliano, Luigi De Magistris, Anna Finocchiaro, Antonio Ingroia, Doris Lo Moro, Felice Casson, Stefano Dambruoso, Cosimo Ferri, Giuseppe Narducci, Lorenzo Nicastro, Giovanni Ilarda, Vania Contrafatto………

Altro che democrazia, siamo in piena emergenza con un conflitto perenne tra i poteri dello stato e come se non bastasse il clima avvelenato, ritorneremo al sistema proporzionale, con la piena ingovernabilità di questo Paese e la felicità di chi con piccole fette di consenso proverà a condizionare ogni possibile scelta.

Un capitolo a parte merita un’analisi del Partito Democratico napoletano che a tutte queste contraddizioni aggiunge la ventennale faida interna tra le diverse componenti familiari che si sono accentuate dopo il declino dell’era bassoliniana e l’avvento alla regione del suo storico avversario De Luca.

Sarà proprio il caso di portare un folto campione di questi personaggi al Bioparco di Roma per un attento studio del fenomeno.

 

 

 

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